Rallentare per essere più veloci, il nuovo ritmo degli slow brand
Rallentare per essere più veloci, il nuovo ritmo degli slow brand

In un mondo che va veloce, la migliore risposta potrebbe essere quella di rallentare. E non lo sostiene solo Margaret Seaman. Potrebbe sembrare un paradosso nel marketing segnato dal fattore velocità, con l’immissione a scaffale di nuovi prodotti entro pochi mesi dall’ideazione, ma ciò che emerge da nuovi indicatori è una tendenza globale che coinvolge […]

In un mondo che va veloce, la migliore risposta potrebbe essere quella di rallentare. E non lo sostiene solo Margaret Seaman. Potrebbe sembrare un paradosso nel marketing segnato dal fattore velocità, con l’immissione a scaffale di nuovi prodotti entro pochi mesi dall’ideazione, ma ciò che emerge da nuovi indicatori è una tendenza globale che coinvolge consumi e imprese. È il tempo dello slow brand. «Rallentare non significa restare indietro, ma attuare una trasformazione nel tempo. Più che una percezione fisica, implica un’azione mentale». Lo ha scritto David Phillips, uno degli esperti nelle pubbliche relazioni più noti in America. Ma anche per gli analisti di McKinsey rallentare uguale accelerare. È quanto emerge dalla loro ricerca condotta in America su grandi aziende internazionali. I team più affiatati sono quelli che riescono a metabolizzare meglio ciò che avviene nel proprio business. Così comunicatori e marketer dovrebbero leggere con più attenzione la contemporaneità.

Ne è convinta anche Patrizia Musso, docente a contratto di Brand communication all’Università Cattolica di Milano e autrice del libro “Slow Brand – Vincere imparando a correre più lentamente” per FrancoAngeli. «Oggi più che mai, nel flusso rapido di messaggi e nuovi trend cui ogni consumatore è sottoposto, emerge la tendenza di innestare nuovi tempi in nuovi spazi, più a misura d’uomo. Si tratta di strategie e progetti capaci di introdurre un’efficace diluizione dei tempi di contatto con i propri stakeholder finalizzata alla creazione di nuove e più durature relazioni. Agli spot rapidi, di alto impatto e orientati alla vendita di un prodotto, si affiancano contenuti brandizzati di lunga durata che intrattengono e che sono capaci di svelare nuove dimensioni valoriali, invitando a riflettere su tematiche sempre più sfidanti come ad esempio la sostenibilità. Perché ci vuole tempo per informarsi, per leggere, per capire e quindi per agire», dice Musso, che è anche promotrice della sesta edizione dello Slow Brand Festival in Università Cattolica, realizzato in collaborazione con Almed. «Sarà un modo per mostrare come qualsiasi brand possa sviluppare una strategia slow offline e online che attraversa varie generazioni di consumatori, dai boomer alla generazione Z. Per essere uno slow brand bisogna anche trovare il tempo di comunicare al meglio, in ottica strategica, con canali giusti e mirati per i vari target. Accanto agli slow brand spiccano poi moltissimi nomi di slow boss, vero motore portante di una strategia capace di attivare reali dialoghi prima con i dipendenti e poi con i consumatori», precisa Musso.

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