Inclusione non è rappresentazione: l’accessibilità come nuova frontiera del branding
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Inclusione non è rappresentazione: l’accessibilità come nuova frontiera del branding
14/07/2026

SOSTENIBILITÀ

Oggi i brand parlano sempre più spesso di inclusione. Ma quante persone riescono davvero a viverla?

Per anni abbiamo pensato che accessibilità e creatività appartenessero a due mondi separati. Da una parte l’estetica, dall’altra le esigenze tecniche. Da una parte il design, dall’altra l’inclusione. Oggi queste dimensioni appaiono sempre più connesse.

Nella mia tesi triennale ho analizzato il rapporto tra disabilità, creatività e comunicazione, con un focus particolare sulla disabilità visiva. Una delle riflessioni che mi ha colpito di più è che le differenze non rappresentano un limite per la progettazione ma possono diventare un punto di partenza.

Dalla rappresentazione all’esperienza: una distinzione che conta

 
Molte aziende concentrano l’attenzione sulla rappresentazione: campagne con volti diversi, messaggi sulla diversità, iniziative dedicate. Ma la comunicazione non diventa inclusiva soltanto perché racconta la diversità. Lo diventa quando le persone riescono davvero a vivere un’esperienza accessibile.

Nel mondo digitale questo significa progettare prodotti, servizi, contenuti ed esperienze che possano essere utilizzati dal maggior numero possibile di persone, indipendentemente dalle loro capacità fisiche, sensoriali o cognitive. Perché se l’accessibilità rimane soltanto un messaggio da comunicare, rischia di trasformarsi in una promessa che le persone non riescono a vivere concretamente.

La domanda allora cambia: cosa accade quando l’inclusione smette di essere una dichiarazione di intenti e diventa una decisione concreta?

Accessibilità digitale: quando il messaggio non raggiunge chi lo riceve

 
Nel marketing digitale la differenza è sostanziale. Un brand può raccontare l’inclusione in una campagna, ma se una persona non riesce a navigare un sito, comprendere un contenuto o interagire con un servizio, quel messaggio perde valore.

Alcune aziende hanno iniziato a spostare l’attenzione dalla semplice rappresentazione all’esperienza. Tra i casi analizzati nella mia ricerca emergono Apple, Coca-Cola e Ford: realtà molto diverse tra loro che mostrano come l’accessibilità possa diventare un elemento di progettazione e innovazione.

Apple: l’accessibilità integrata nell’ecosistema

 
Nel digitale si pensa spesso all’accessibilità come a un’aggiunta successiva: una funzione extra, un adattamento, una correzione. Apple ha adottato una logica diversa, integrando l’accessibilità direttamente nell’esperienza utente.

Strumenti come VoiceOver, AssistiveTouch e i sistemi di riconoscimento vocale non sono stati progettati come semplici aggiunte, ma come parti integrate dell’ecosistema. L’aspetto più interessante, però, non riguarda soltanto la tecnologia. Il messaggio implicito è un altro: progettare per esigenze specifiche spesso migliora l’esperienza complessiva di tutti gli utenti. Funzioni nate per rispondere a bisogni particolari finiscono per diventare strumenti utilizzati quotidianamente da milioni di persone.

Coca-Cola: quando il packaging diventa un messaggio accessibile

 
Nel caso di Coca-Cola emerge una riflessione interessante: la comunicazione inclusiva non riguarda esclusivamente ciò che viene mostrato, ma anche il modo in cui le persone possono accedere a quell’esperienza. In alcune campagne il brand ha sperimentato soluzioni pensate per rendere l’esperienza più accessibile, come l’utilizzo del Braille sulle confezioni.

Più che un elemento estetico, il punto interessante riguarda ciò che questa scelta rappresenta: il messaggio non si limita a parlare alle persone, ma prova a creare condizioni concrete affinché possa essere vissuto da un pubblico più ampio. Un messaggio efficace non è soltanto quello che emoziona o genera attenzione. È quello che riesce a raggiungere realmente chi lo riceve.

Ford: progettare per chi osserva con altri sensi

 
Nel settore automotive il tema dell’accessibilità viene spesso associato alla mobilità fisica. Oggi, però, riguarda anche l’esperienza digitale e l’interazione con servizi e tecnologie. Ford ha provato a spostare lo sguardo su un aspetto diverso attraverso un prototipo di finestrino intelligente, pensato per le persone con disabilità visive: il sistema cercava di trasformare un’esperienza prevalentemente visiva come osservare un paesaggio durante un viaggio in qualcosa di percepibile attraverso altri sensi.

L’aspetto interessante non riguarda soltanto la tecnologia. È il cambio di prospettiva che propone: l’obiettivo non è chiedersi come le persone possano adattarsi a un prodotto, ma come un prodotto possa adattarsi alle persone.

Il finestrino intelligente è rimasto un prototipo. E qui emerge una domanda più ampia: quando definiamo qualcosa accessibile, stiamo parlando di un reale cambiamento o di sperimentazioni ancora isolate? Perché se l’accessibilità rimane confinata a progetti eccezionali, il rischio è che continui a essere percepita come qualcosa di straordinario, invece che come una componente naturale della progettazione.

Inclusione come scelta progettuale: non straordinaria, ma necessaria

 
Il punto che accomuna i tre casi non è il settore in cui operano, né la tecnologia utilizzata. È il cambio di prospettiva.

Per molto tempo accessibilità e creatività sono state considerate dimensioni separate. Oggi il marketing digitale sta mostrando qualcosa di diverso: l’inclusione non riduce le possibilità progettuali, le amplia. Forse la domanda che i brand dovrebbero porsi non è quanto una campagna sia inclusiva, ma quante persone riescono davvero a viverla.

Perché nel momento in cui l’accessibilità entrerà davvero nel nostro immaginario collettivo, non parleremo più di marketing inclusivo come qualcosa di straordinario. Parleremo semplicemente di buon marketing.

A cura di

Sofia Radini
Mi chiamo Sofia Radini, ho 23 anni e sono cresciuta a Stresa, sul Lago Maggiore. Dopo il liceo linguistico ESABAC, mi sono laureata in Moda e Industrie Creative alla IULM di Milano con una tesi dal titolo “Vedere l’invisibile: l’inclusione della cecità nelle industrie creative e nella comunicazione”. Questo percorso ha rafforzato il mio interesse per la comunicazione strategica e il marketing digitale, ambiti che uniscono creatività, pianificazione e attenzione alle persone. Nel corso degli studi ho cercato di arricchire il mio percorso con esperienze lavorative a contatto con le persone, lavorando come animatrice e hostess, occasioni che mi hanno permesso di sviluppare capacità relazionali, adattabilità e spirito di iniziativa. Ho recentemente concluso il master in Comunicazione, Marketing Digitale e Pubblicità Interattiva presso l’Università Cattolica di Milano. Ho iniziato da poco uno stage presso Fratelli Rossetti: l'opportunità perfetta per tradurre finalmente la teoria in pratica e mettere alla prova le mie competenze di marketing e comunicazione digitale.

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